mercoledì 13 novembre 2019

Concorso di fumetto “il Vitto”

Due erano le grandi passioni di Vittorio Mietta (1987-2013): la poesia e il fumetto. Dalla combinazione di queste passioni, il 31 ottobre 2019 ha preso avvio la prima edizione del concorso per fumettisti o aspiranti fumettisti “Il Vitto” a lui intitolato.

A partire da una poesia selezionata di Vittorio, i partecipanti potranno realizzare una breve storia autoconclusiva. Non ci sono vincoli stilistici o tematici (la poesia varrà solo come ispirazione), se non la lunghezza massima di 8 tavole.

La partecipazione al concorso è gratuita e aperta ai ragazzi dai 18 ai 32 anni. I vincitori avranno la possibilità di accedere a un workshop di un giorno tenuto dal fumettista Sergio Gerasi. L’autore dell'opera valutata migliore riceverà un premio in denaro pari a 500 euro. Le opere selezionate dalla giuria come meritevoli di pubblicazione, verranno esposte all'interno di una mostra nella città di Pavia.

I lavori dovranno pervenire entro e non oltre il 10 gennaio 2020. In bocca al lupo a tutti i partecipanti!

martedì 29 ottobre 2019

“P. La mia adolescenza trans”... a fumetti!

Scabroso, criticato, chiacchierato, il primo libro di Fumettibrutti, Romanzo esplicito, pubblicato nel 2018 da Feltrinelli Comics, è stato apprezzato con consenso unanime da pubblico e critica. Dopo un anno l’editore punta ancora sul suo cavallo vincente, affidandole la realizzazione di un fumetto dal contenuto potente e nuovo per il mercato italiano, un racconto autobiografico molto atteso, sia dai moltissimi estimatori di Josephine Yole Signorelli (nata nel 1991) che da una parte di critica ansiosa di assistere all’evoluzione stilistica e contenutistica della giovane autrice catanese.

P. La mia adolescenza trans (brossurato, 208 pp in bicromia, Feltrinelli Comics, € 18,00) è, già dal titolo, una bomba che detona tra le mani del lettore, un coming out inaspettato, a cui la fumettista affida il racconto più intimo e nascosto della propria esperienza di vita. Il tenore non è molto dissimile da quello di Romanzo esplicito: la storia è quella dalle tinte punk di un’adolescenza problematica e al limite dell’eccesso, caratterizzata da esperienze forti e autolesionistiche. Un’esistenza giovane e fragile in cui la consapevolezza di una inadeguatezza spirituale e fisica e un dolore interiore lacerante sono in contrasto con una fame di vita e di sperimentazione che suona più come un grido di aiuto che come un desiderio di ribellione e di evasione dalla famiglia e dall’asfittica vita di provincia.

Emblematica del dolore racchiuso tra le pagine del racconto è la tavola a pagina 83 del volume, in cui P. concede un cunnilingus a un’amica ammettendo a se stesso «In realtà non mi va, ma dico sempre di sì. Se dico di no sento di non valere nulla. Faccio star meglio gli altri, sono solo questo, un giocattolo. Chi mai amerebbe un giocattolo guasto?». E la metafora del giocattolo e dell’amore negato, anche del protagonista verso se stesso ritorna più volte nel fumetto, in modo quasi ossessivo e paranoico, denotando l’insano bisogno di P. e quindi dell’autrice di punirsi per la propria inidoneità. In questo risiede la forza e il realismo de La mia adolescenza trans.

Il tratto è quello spurio, incerto, approssimativo a cui Fumettibrutti ha abituato i suoi lettori sin dai tempi in cui pubblicava le proprie vignette sui social. Ma in questo caso quell’approssimazione si fa eccessiva, al limite della trascuratezza, tradendo forse un’urgenza narrativa che va oltre la ricerca formale e stilistica, quasi che l’idea e il desiderio di raccontare la propria storia corressero più veloci della matita dell’autrice.

Pur essendo un prodotto che va inquadrato in un’esperienza di ricerca da parte di una fumettista ancora evidentemente acerba, se pur già premiata e apprezzata, e in una nuova direzione che il fumetto italiano “giovane” sta prendendo, P. La mia adolescenza trans appare tuttavia una promessa non mantenuta se lo si pensa come un prodotto editoriale attraverso cui dare finalmente il giusto spazio alla questione della disforia di genere. Tanto, troppo vicino al libro precedente, questa seconda produzione di Signorelli dà molto spazio al racconto del disagio del protagonista e alter ego dell’autrice, ma scivola verso un finale frettoloso e a tratti incongruente (soprattutto nel caso del plot-twist che riguarda il rapporto madre-figlio), in cui al tema portante è dato poco spazio e con un ritmo eccessivamente rapido. Probabilmente un numero inferiore di tavole dedicato alla prima parte a favore della seconda avrebbe reso il tutto più omogeneo ed equilibrato.

P. La mia adolescenza trans resta comunque un fumetto coraggioso, in quanto coming-out pubblico per la sua autrice e per la tematica affrontata, ma è specchio di una capacità autoriale che non ha ancora offerto i suoi pieni frutti.

– Angela Pansini Valentini

mercoledì 23 ottobre 2019

“Paputsi - La striscia con le stringhe” in volume

Dopo la pubblicazione su Scarp de’ tenis e Fumo di China, esce la raccolta delle strisce Paputsi. Il volumetto, in formato striscia, sarà presentato in anteprima assoluta a Lucca Comics & Games al padiglione Napoleone, negli stand degli editori ReNoir Comics (stand 109) e Cartoon Club con FdC (stand 129). con la presenza degli autori Davide Barzi, Gianfranco Florio e Luca Usai.

Il rapporto tra Scarp de’ tenis e i fumetti è lungo e proficuo: c’è una copertina dedicata a Martin Mystère e numerose con protagonista Dylan Dog. L’Indagatore dell’Incubo ha avuto anche una breve storia inedita realizzata proprio per Scarp de’ tenis da Barzi e Sergio Gerasi. 5 anni fa la più celebre rivista di strada italiana chiese a Barzi di pensare a una striscia mensile con un protagonista simpatico ma che fosse inserito nella struttura del giornale. Così è nato Paputsi, storpiatura di “Papoùtsi” (“scarpa” in greco), la scarpa da tennis, loser chapliniano, trasandata senza risultare sporca, vissuta senza apparire vecchia, carismatica ma non arrogante: personaggio inadeguato rispetto al mondo e alla società che lo circonda, ma che ci prova sempre, con tenacia e, in qualche modo, poesia. Il volumetto (di cui ha parlato anche la Repubblica qui) sarà presentato a Lucca con gli autori a 9,90 euro (e Scarp de’ tenis in omaggio) ma può essere già richiesto alla redazione di Scarp chiamando il tel. 02.67479017, scrivendo una e-mail e anche in formato digitale sulla edicola on line di Scarp.

«Era da tempo – racconta Barzi – che non scrivevo strisce, e mi mancava. Ma, purtroppo, mancano anche gli spazi. Cartacei, intendo, che sul web di strip se ne trovano quante se ne vogliono. Quando, con il coraggio e la determinazione che lo contraddistingue, Scarp mi ha chiesto una striscia per la rivista ho detto subito di sì». Paputsi è disegnato da Florio e Usai. «E su Scarp de’ tenis – dice Florio – che cosa vuoi raccontare, se non le scarpe?». Protagoniste sono dunque le scarpe, che però si comportano in tutto e per tutto come esseri umani, pur non perdendo la loro fisicità di scarpe. Le scarpe/personaggi sono diversi tra loro e il modello della scarpa influenza in qualche modo il carattere e il modo di fare della scarpa stessa. I manager sono scarpe di pelle eleganti e costose, la donna amata dal nostro protagonista una ballerina, quindi il corrispettivo calzaturiero della bella ma sommessa fioraia di Le luci della città di Chaplin. Paputsi oggi compie 5 anni. Ecco allora la prima raccolta delle prime 50 strisce apparse su Scarp de’ tenis (più un paio di inedite)».

giovedì 17 ottobre 2019

“Il gigante di ferro”, l’ultimo degli animati

È uno dei film di animazione più in gamba tra tutti i film di animazione in gamba mai realizzati. Ha da poco compiuto vent’anni, la maggiore età per i futuri “classici” dell’animazione, e negli Stati Uniti circola ancora in versione rimasterizzata con il titolo The Iron Giant: Signature Edition. Arrivato in Italia nel 1999 come Il gigante di ferro, il film è la prima regia cinematografica di Brad Bird, noto per le prodezze televisive in serie quali I Simpson, The Critic e King of the Hill. La prima formidabile regia che gli arriva in un periodo della carriera in cui, in effetti, stava pensando davvero al grande schermo e aveva in sviluppo una pellicola per la Turner, nella seconda metà degli anni ‘90 ancora affiliata a Warner Bros. Un film che uscì quando ormai l’animazione tradizionale negli States era in procinto di dileguarsi per cedere sempre più il passo alla CGI.

Il soggetto arriva dal libro per bambini dell’inglese Ted Hughes (1930-98) pubblicato nel 1968 e scritto per superare lo sconforto, suo e dei suoi figli, seguito alla morte della moglie, la poetessa americana Sylvia Plath (1932-63). È la storia di un’amicizia singolare tra un ragazzino di nome Hogarth e un gigantesco robot negli anni della Guerra Fredda, dello Sputnik spedito in orbita e in un clima di paura e sospetto. Quando Bird varca la soglia degli uffici Warner per parlare del progetto, e dopo aver visionato il materiale sviluppato dallo studio alla fine del 1996, porta con sé una particolare idea del film. Nell’immediato intende portare rispetto al romanzo di Hughes e all’immortale tema del ciclo vita/morte ivi narrato, nella pratica vorrebbe invece rispondere a un quesito filosofico: se un’arma avesse un’anima e decidesse di non essere un’arma? Il suo principale alleato in quel frangente è lo sceneggiatore del film Tim McCanlies. Successivamente Ted Hughes, una volta ricevuto il copione, gli scrive una commossa lettera d’elogio che cela la sua voglia irresistibile di vedere il film (un appuntamento che purtroppo mancherà).

È Brad in persona a collocare l’ambientazione del film nel 1957, un periodo per lui familiare e che restituisce al suo film un volto e un’ambientazione più vera. Questo e altri cambiamenti favoriscono l’introduzione di personaggi come il beatnik Dean e l’agente del Governo Kent Mansley. Senza contare quanto il clima paranoico dell’epoca riesca a mutarsi in strumento spettacolare davvero perfetto. Nel 1999 Bird spiegò: ciò che ci spaventava in quegli anni, nella vita vera, veniva poi raccontato dal cinema. Un’assimilazione che Il gigante di ferro porta sullo schermo con miracolosa efficienza soprattutto tenendo conto dei tempi stringati di sviluppo tra pitch, revisioni della sceneggiatura e approvazione dei vertici Warner. Per essere uno degli ultimi film animati tradizionalmente (oltre 125 animatori che a mano si sono occupati dei personaggi, degli sfondi e di animazioni dinamiche già fin dai primi stadi della lavorazione), Il gigante di ferro si è concesso un unico peccato di gola digitale: la creazione del robot in CGI. Bird la raccontò così: “Il gigante proviene da un altro mondo, quindi abbiamo deciso di crearlo usando la computer animation, così da dargli massa, solidità e l’impressione di giungere da un posto differente”. Per fare tutto ciò si è servito di un software per ottenere il quale ha dovuto pazientare alcuni mesi. Ma i risultati sono sorprendenti. Come se avessero fatto tutto a mano.

Tra riferimenti cinematografici colti (i classici sci-fi come Ultimatum alla Terra) e superlativi omaggi ad artisti quali Norman Rockwell, Edward Hopper e N.C. Wyeth, Il gigante di ferro nella sua versione originale sorprende grazie agli attori che hanno prestato la voce ai personaggi e che per  Bird non dovevano essere necessariamente delle star. Attori in grado di capire il personaggio e al tempo stesso regalargli un’anima. Tra Jennifer Aniston nei panni della madre del protagonista e Harry Connick Jr. in quelli di Dean, soltanto Hogarth ha goduto di una corsia vocale personale. Bird desiderava una voce dalla grana genuina. Una voce fresca, innocente come il suo personaggio ma anche un po’ scaltra. Il 12enne Eli Marienthal, dal discreto curriculum televisivo, fu preso grazie a queste caratteristiche. Da ricordare infine il grande Vin Diesel nella parte... non-del-tutto-parlante del gigante! Qui sotto il trailer italiano... e ancora una volta, buona visione (magari alla ViewFest 2019 di Torino, domani venerdì 18).

– Mario A. Rumor

mercoledì 16 ottobre 2019

“Fumo di China” n.291 in edicola e fumetteria

Sta arrivando in tutta Italia nelle migliori edicole e fumetterie il nuovo FdC n.291, con coloratissima copertina inedita di Umberto Sacchelli per i colori di Mirko Babboni, per celebrare un Joker mai così trionfante dopo il film tutto su di lui (o quasi, visto che potrebbe anche essere un suo sosia-imitatore), premiato con il Leone d’Oro al Festival del Cinema di Venezia!

A seguire un editoriale che dà qualche semplice indicazione per provare a interpretarne il successo, le usuali news dal mondo (quelle meno viste e più importanti in Italia, Francia, Stati Uniti e Giappone, più la preziosissima rubrica sulle “Tavole in mostra” di fumetti in Italia e non soltanto), con il dossier mensile si focalizza sulla carriera fumettistica (ma anche brevemente su quella cinetelevisiva) del Principe Pagliaccio del Crimine antagonista di Batman fin quasi dall’inizio di 80 anni fa, curato dall’esperto Filippo Conte con un’intervista a Carmine Di Giandomenico e all’editor italiana Elena Pizzi in RW Edizioni.

Poi spazio a una chiacchierata con Marcello per festeggiare i suoi 50 anni di carriera dopo il premio a Riminicomix, un’intervista a tutto campo a Dave McKean (sul fumetto, i film, l’arte e le sue mille declinazioni) alla mostra “Oltre il portale dell’immaginazione” al BGeek di Bari, la saga della She-Hulk di John Byrne (appena riedita in un atteso Omnibus da Panini Comics) e il suo sfondare la “quarta parete” dialogando e litigando... con lui e i lettori, oltre a un’analisi del critico Giuseppe Pollicelli di due fumetti sull’immigrazione a fumetti di visioni culturali opposte usciti in contemporanea (...A casa nostra - Cronaca da Riace per Feltrinelli e Adam per Ferrogallico).

Infine, le nostre abituali 7 pagine di recensioni per orientarsi nel mare magnum del fumetto proposto nelle edicole, fumetterie e librerie italiane, insieme alle rubriche “Il Podio” (i top 3 del mese), “Pollice Verso” (un exploit in negativo), “Il Suggerimento” (per non perdere uscite sfiziose) del poliedrico Fabio Licari, oltre a “Niente Da Dire” (la nuova rubrica curata dall’omonimo portale di divulgazione lanciato da Daniele Daccò, Furibionda e Onigiri Calibro 38), approfondimenti (questa volta sulle tante nuove incarnazioni dei Bonelli Kids e il film animato La famosa invasione degli Orsi in Sicilia di Lorenzo Mattotti tratto da Dino Buzzati, di cui il regista ci aveva parlato in esclusiva su FdC n.239), “Il senso delle nuvole” (con le puntute osservazioni di Giuseppe Peruzzo) e “Strumenti” (sulla sempre più numerosa saggistica dedicata a fumetto e illustrazione: in particolare Il fumetto come arte e Flash Gordon)!

Tutto questo e altro ancora su FdC n.291 (distribuito in edicola e fumetteria da Me.Pe. e acquistabile via PayPal direttamente dal nostro sito), a soli 4 euro nel tradizionale formato 24 x 33,5 cm (fin dal nostro sbarco in edicola, giusto 30 anni fa) con 32 pagine tutte a colori: buona lettura!

mercoledì 9 ottobre 2019

Camogli, torna “Il Porto delle Storie”

Si chiude a Camogli nel prossimo fine settimana la prima rassegna di mostre e incontri “Il Porto delle Storie”, manifestazione dedicata ai maestri del disegno narrativo e alle loro opere. Dopo Silver e Ro Marcenaro, protagonisti dello scorso weekend, tra venerdì 11 e sabato 12 ottobre il pubblico potrà incontrare da vicino altri due artisti d’eccezione: Vittorio Giardino e Milvio Cereseto. La “città dei mille bianchi velieri” ospiterà dunque altri due maestri dell’immaginazione disegnata, grazie all’evento promosso dal Comune di Camogli che vuol portare nello storico borgo marinaro artisti capaci di viaggiare a vele spiegate sulle infinite mappe della fantasia tra umorismo, avventura, impegno civile, sogni disegnati per tutti i partecipanti.

Venerdì 11 alle ore 17 inaugurerà presso il Civico Museo Marinaro “Gio Bono Ferrari” la mostra “La saga delle balene” di Milvio Cereseto e alle ore 18 all’interno di Castel Dragone si apre la mostra “Vacanza in Liguria” di Vittorio Giardino. Le due mostre si presentano di grande suggestione, documentando l’estro sorprendente di entrambi gli artisti che, ciascuno a proprio modo, sanno interpretare in forme via via contemplative, poetiche, avventurose, e pure misteriose, le instancabili bellezze e i seducenti segreti del mare. Il pubblico potrà visitare le esposizioni personali, incontrarne gli autori e approfittare dell’occasione per farsi anche autenticare e dedicare un loro disegno.

Sabato 12 ottobre alle ore 11 nella Sala Consiliare del Palazzo Comunale si svolgerà un incontro pubblico con i due autori, Cereseto e Giardino. In parallelo, fino a domenica 13 resteranno ancora aperte (anch’esse con orario 9-12 e 15-18) le mostre già inaugurate la settimana scorsa, tutte a ingresso gratuito: “La Costituzione italiana” di Ro Marcenaro nella Sala Consiliare del Palazzo Comunale e “Lupo Alberto dappertutto” di Silver nelle vetrine dei negozi lungo le centrali via XX Settembre e via della Repubblica.

Il catalogo della manifestazione sarà distribuito ai visitatori gratuitamente, fino ad esaurimento. Nata per volere del sindaco Francesco Olivari, la manifestazione è curata dal critico e storico dell’immagine Ferruccio Giromini e si avvale della collaborazione dell’Ufficio Cultura e dell’Ufficio Tecnico del Comune di Camogli, del direttore del Civico Museo Marinaro “Gio Bono Ferrari” Bruno Sacella e della presidente dell’ASCOT Camogli Luciana Sirolla. Per informazioni:
Pro Loco Camogli, tel. 0185.771066 e questa e-mail.

martedì 8 ottobre 2019

Kazuko Nakamura, pioniera al femminile

Se n’è andata lo scorso 3 agosto, ma la notizia è trapelata solo ora, una delle animatrici più apprezzate dell’animazione giapponese. Kazuko Nakamura aveva 86 anni e ne ha trascorsi poco meno di 30 lavorando come animatrice per compagnie celebri come Toei Doga o al servizio del geniale Osamu Tezuka. Un tempo non molto lungo in cui ha però lasciato un segno indelebile.

Aveva un bel carisma e una devozione per l’arte che non s’era scrollata di dosso neppure quando s’era trovata marito (un pubblicitario di nome Kaoru Anami) ed era andata a fare la casalinga e la moglie. Ma poi alla fine tornava sempre lì, nel grande fiume impetuoso dell’animazione per aiutare il maestro Tezuka o collaborare con vecchi colleghi Toei Doga. Nakamura era nata in Manciuria nel 1933 e trasferitasi con la famiglia nella prefettura di Yamaguchi subito dopo la guerra, aveva immediatamente dato corso alla sua passione studiando in un istituto d’arte. Per una giovane donna di quel tempo arte e pittura erano un pessimo binomio che non garantiva occupazione sicura, ma lei non si lasciò scoraggiare. Un giorno del 1952 assiste al film La pastorella e lo spazzacamino del francese Paul Grimault e, come Isao Takahata, se innamora all’istante.

Con due soli responsabili a occuparsi delle animazioni, si impone la necessità di impiegare animatori “in seconda” per ripulire le animazioni chiave e con una certa premura, visto che Toei ha in cantiere La leggenda del serpente bianco (1958). Tra tanti disegnatori maschi, Kazuko riesce a spuntarla: è talmente brava da guadagnarsi alcune pagine su un settimanale dell’epoca, e talmente bella che in portineria la scambiavano per un’attrice.

Soprannominata Wako-san, da artista con temperamento felino non sempre approva il modus operandi Toei nell’impiego di migliaia di disegni e cerca una scusa per andarsene. Soprattutto dopo aver lavorato al melodramma in costume Robin e i due moschettieri e mezzo (1962), che Toei Doga aveva letteralmente imposto allo staff. Tezuka aveva segretamente ammirato il talento di Kazuko ai tempi della sua collaborazione con Toei (il film Le tredici fatiche di Ercolino tratto dal suo fumetto Saiyuki) e, grazie all’intervento dell’inestimabile Yusaku Sakamoto, riesce ad assumerla non come semplice intercalatrice, ma disegnatrice in piena regola: passa con destrezza da Astro Boy (1963) a W3 (1965) dove finalmente ottiene il ruolo di sakkan, direttrice delle animazioni. Un ruolo che era stato affidato all’antica collega Reiko Okuyama in Toei Doga. Sono conquiste smisurate per le due donne, e nel maschilista mondo del lavoro giapponese non passano inosservate.

Nakamura si ritira nel 1964, ma a Tezuka non riesce a dire di no. Neppure quando è sull’orlo del fallimento e lei nel 1971 figura già tra i papabili animatori che dovrebbero seguirlo in un’altra avventura imprenditoriale. In Mushi era stata sakkan in La principessa Zaffiro (1968), firmato come Kazuko Anami, e animatrice dei personaggi femminili negli erotici Le mille e una notte (1969) e Cleopatra (1970), enormi successi al botteghino che tuttavia non risollevano le finanze dello studio. Nakamura realizza la sigla di apertura della serie I bon bon magici di Lilly (1971) con alias e collabora a un film su Mori no densetsu, che naufraga in fretta per essere ripreso nel 1987. Tezuka la vuole per Uccello di fuoco 2772, in cui è accreditata come “animation director”. Una cortesia professionale che Tezuka le restituisce da estimatore convinto: raramente credenziali del genere si ripeteranno nel cinema animato. Con la discrezione che la distingue, il nome di Kazuko riaffiora di tanto in tanto “per dare una mano”, come diceva lei: nel film Jack to mame no ki (1974) di Gisaburo Sugii e nella serie Alice nel Paese delle Meraviglie (1983) dove si riunisce al compagno Yasuji Mori dei tempi Toei.

La sua scomparsa, celebrata in privato dai familiari, giunge in un particolare momento per il mondo dello spettacolo giapponese. Sulla rete di stato NHK, dalla scorsa primavera è in onda Natsuzora, una seguitissima serie del mattino che pare un omaggio ai gloriosi giorni dell’infanzia dell’animazione nipponica con personaggi ispirati agli animatori Toei Doga e in particolare a Reiko Okuyama. Ma sono in molti a giurare che la giovane Mako-san in Natsuzora sia proprio lei: Kazuko Nakamura, l’indomabile appassionata di arte che ha regalato volti e movenze indimenticabili a tante eroine dell’animazione.

– Mario A. Rumor