mercoledì 9 gennaio 2019

Saggi e assaggi sul fumetto, di Moreno Burattini

C’era una volta il fumetto. Gli eroi di carta denunciavano, scandalizzavano, eccitavano, ma soprattutto divertivano. Erano amici, fratelli, complici e compagni di vita. Moreno Burattini, uno fra i più noti sceneggiatori italiani, raccoglie in questo bel volume di Cut-Up Publishing 37 suoi articoli, editi e inediti, che raccontano il fumetto di ieri e quello che oggi ne è rimasto. Una carrellata di saggi e assaggi brillanti, divertenti, talvolta polemici e sempre appassionati realizzati durante i decenni, che consegnano al lettore scorci e istantanee di un panorama indimenticabile, affollato di personaggi e di autori, di editori e di testate, che hanno segnato un’epoca. E che resteranno.

I lettori di fumetti di 30, 40, 50 anni fa magari non conoscevano i nomi degli autori delle storie che divoravano, ma frequentavano edicole traboccanti di testate sorprendenti e audaci, in grado di regalare emozioni, dare i brividi. Perché poi tutta la teoria critica e filologica, tutte le ricostruzione storiche e le contestualizzazioni riguardo ai fumetti si riduce a capire la magia di un brivido. Ci fu un tempo in cui fiorivano le case editrici e i giovani autori trovavano sempre il modo di fare gavetta, a bottega da colleghi già affermati o negli studi professionali, pubblicando prima su piccole testate per approdare poi su quelle grandi una volta che si fossero fatti le ossa. Ai giorni nostri, gli editori in grado di portare in fumetto in tutte le edicole si contano sulle dita e in ogni caso non c’è più la ressa per comprare le testate che vi arrivano. Per chi vuol leggere fumetti, è difficile persino rintracciarli perché la distribuzione è quel che è e non tutte le edicole sono rifornite di fumetti allo stesso modo.

Prima di essere un noto e importante autore di fumetti, ne è stato un appassionato lettore. E di fumetti ha sempre scritto, al punto da aver dedicato alla Nona Arte persino la sua tesi di laurea. Ha iniziato pubblicando i suoi primi testi critici su una fanzine ciclostilata nel 1985, poi ha proseguito su altre riviste amatoriali, come su volumi di pregio. Ha scritto libri, gestito blog come il suo Freddo cane in questa palude (da una canzone di Ligabue dedicata allo Spirito con la Scure), curato gli apparati critici di collane come Alan Ford Story della Mondadori o Zagor - Collezione Storica per la Repubblica, senza mai fare distinzioni fra grandi e piccoli editori, pubblicazioni fatte da appassionati o testate blasonate.

Alcuni articoli sono inediti, pubblicati per la prima volta. Non c’è un ordine di lettura consigliato: si può perciò saltare di palo in frasca. Scrive Moreno nella sua prefazione: «A me piacerebbe se qualcuno di voi si incuriosisse, grazie ai miei Discorsi sulle Nuvole, riguardo a un fumetto che non ha mai letto, lo leggesse e se ne innamorasse». La passione e la competenza di Burattini traspare in ogni pagina, come in questo filmato da Etna Comics 2013... buona visione, e buona lettura!

martedì 8 gennaio 2019

40 anni di “Anna dai capelli rossi”

Esattamente 40 anni fa, il 7 gennaio 1979, in Giappone andava in onda il primo episodio di Anna dai capelli rossi (Akage no An), “La sorpresa di Matthew Cuthberg”. Sulle note della splendida Kikoeru Kashira di Ritsuko Owada, l’orfanella Anne Shirley entrava ufficialmente nel mondo dell’animazione dopo aver sperimentato proprio in Giappone una straordinaria popolarità grazie al romanzo di Lucy M. Montgomery, pubblicato nel 1908 e tradotto in giapponese nei primi anni Cinquanta da Hanako Muraoka.

Come Heidi, Marco e Peline Story prima di lei, Akage no An rientrava a buon diritto nel genere del Sekai Meisaku Gekijo, contenitore animato di Nippon Animation che traeva linfa dai più celebri romanzi per l’infanzia occidentali. Romanzi che in Giappone hanno conosciuto una popolarità e un seguito, anche in chiave merchandising, davvero esorbitante, talvolta più gratificante che da noi. La fortuna di queste serie animate, in parte, doveva eterna gratitudine alla presenza di registi come Isao Takahata (cu cui vi consigliamo il nostro volume The art of emotion), sceneggiatori come Yoshiyuki Tomino (ebbene, sì) e animatori del calibro di Hayao Miyazaki, Yoichi Kotabe, Yoshifumi Kondo e sparute artiste donne, tra le quali Noriko Moritomo e Masako Shinohara (alcune di loro migreranno in seguito nello Studio Ghibli). Un ensemble creativo davvero unico e mai visto all’opera “così” su piccolo schermo.

Torniamo indietro nel tempo dunque a 40 anni fa, a una domenica sera. Alle 19.30 un’entusiasta Anne Shirley fa la sua comparsa in tv lasciandosi alle spalle l’orfanotrofio in Nuova Scozia per raggiungere l’isola Principe Edoardo. Qui, nella cittadina di Avonlea, la attende una nuova vita presso la fattoria dei fratelli Marilla e Matthew Cuthberg, i quali hanno richiesto un orfano che li aiuti nel lavoro dei campi. Ignara del malinteso, Anne sogna a occhi aperti. Si gode il viaggio sul calessino di Matthew e inizia a fantasticare immaginando quella che sarà la sua nuova avventura. Una volta chiarito il disguido, dopo non poche lacrime, la ragazzina viene accolta al Tetto Verde. Sia chiaro: non saranno subito rose e fiori. Tra eccessi fantasiosi e parecchi guai in cui finisce per cacciarsi, Anne gradualmente matura e cresce sotto le affettuose attenzioni di Marilla, conosce l’amica del cuore Diana Barry, e inizia la sua educazione scolastica (e religiosa) per intraprendere un cammino che la condurrà all’età adulta.

Il mondo riflesso attraverso gli occhi di Anne, a partire dalla sua stanzetta con la modesta carta da parati per poi spingersi fuori, nel mondo meraviglioso dell’isola Principe Edoardo, è sempre stato uno dei motivi d’orgoglio della serie, permeata dalla tradizionale indagine dell’animo umano portata avanti dal compianto Takahata, il primo a essersi accorto dell’eccezionalità e della stravaganza della ragazzina. Ma che fatica stare dietro alle sue richieste! Enorme realismo, discussioni infinite con i collaboratori: Akage no An non sarebbe il capolavoro che è senza la spigolosa risolutezza creativa del suo principale artefice. Nel giro di 50 episodi e di un’intera stagione votata alla poesia, al piacere della contemplazione – che non costa nulla ed è sempre a portata di sguardo – Akage no An è diventato uno dei serial più amati da quella generazione di giapponesi, per poi conquistare il cuore degli occidentali (sul primo canale Rai, nell’ottobre 1980). Come è stato più volte riconosciuto dagli stessi autori dell’anime, in primis il produttore Junzo Nakajima, senza il quale il Sekai Meisaku Gekijo non avrebbe conosciuto una così solida popolarità, Akage no An non si è avviato sull’impervia strada della televisione raccontando la storia di un singolo individuo, ma ha trovato una sua beatitudine narrativa grazie al cast di personaggi che attorno ad Anne gravitano in una girandola di emozioni, sentimenti, risate e dramma. Il pubblico di allora si ritrovò a seguire la serie con stupore, ansia e trepidazione.

10 anni dopo la messa in onda, nel 1989, Isao Takahata tornò a far visita all’orfanella portandole in dono una riedizione per il cinema ottenuta montando spezzoni dei primi sei episodi (titolo: Akage no An: Green Gables e no michi). Quel film di 100 minuti è stato poi protagonista di pubbliche attenzioni almeno due volte: nel 2010 con nuova capatina in sala e, lo scorso ottobre, con proiezione di un solo giorno in un cinema di Shinjuku in vista delle celebrazioni del quarantennale ma anche in omaggio al defunto maestro dell’animazione. Tra i fan celebri dell’anime troviamo la mangaka Rumiko Takahashi. Lei la trovava divertente, nonostante le tragicomiche vicissitudini della sua protagonista. Inoltre adorava il ritratto della quotidianità, proprio lei che della materia sarebbe diventata maestra grazie a fumetti come Maison Ikkoku - Cara dolce Kyoko, una quotidianità che era l’esaltazione della vita che chiunque di noi può sperimentare ogni giorno. Se a Takahashi-san chiedete ancora oggi il segreto della serie, non avrà dubbi in proposito: ogni grammo di entusiasmo ed eccitazione proveniva da questa ragazzina, Anne Shirley, e dalla sua genuina sensibilità. La serie, tra l’altro, affrontava il tema della morte alla maniera di Takahata: un evento “reale” al quale non si sfugge, ritratto in chiave melodrammatica. Gli spettatori, poi, già sapevano tutto anche senza aver mai letto il romanzo. La fatidica puntata con la scomparsa del buon Matthew, infatti, era stata anticipata nel promo settimanale della serie mandato in onda senza l’abituale tema sonoro ma con un BGM (background music) più triste e solenne.

Numerose le pubblicazioni in lingua giapponese dedicate alla serie. Leggendario il volume edito nel 1991 da Kadokawa Shoten, Akage no An – Newtype Illustrated Collection: anche per le cifre sparate vent’anni fa dai primi importatori di “cose giapponesi” (il prezzo viaggiava ben oltre le 100 mila lire). Altro volume molto costoso, circa 6500 yen, e molto ambito è Sekai Meisaku Gekijo – Akage no An Memorial Album, ricco di immagini, image board, ekonte e testi di approfondimento. Se siete assidui lettori della rivistina dello Studio Ghibli Neppu, nel giugno 2010 è uscito anche un numero speciale interamente dedicato alla serie. Nei contenuti, i ricordi di regista e produttore, la testimonianza della “spettatrice” Takahashi e molto altro.

40 anni dopo l’esordio, dunque, con un prequel realizzato nel 2009 ancora da Nippon Animation e basato sul romanzo Sorridi, piccola Anna dai capelli rossi di Budge Wilson (edito in Italia da Kappalab), Akage no An è ormai entrato a far parte dell’olimpo dei classici. Un’opera di inestimabile bellezza e intelligenza riconosciuto soprattutto come il gran capolavoro televisivo di Takahata, prima che il regista si dedicasse di nuovo al cinema.

– Mario A. Rumor

domenica 6 gennaio 2019

“Fumo di China” n.281 in edicola e fumetteria

Pur vessata dai ritardi nella distribuzione natalizia, è finalmente arrivato nelle migliori edicole e fumetterie italiane il nuovo FdC n.281, con splendida copertina inedita di Giuliano Piccininno e colori di Luca Giorgi) dedicata alla figura di Stan Lee.

Dopo un editoriale di presentazione sul’omaggio all’uomo-immagine e co-fondatore dell’Universo Marvel come oggi lo conosciamo che ha onorato 80 anni di meraviglie sempre con il sorriso sulle labbra, le usuali news dal mondo (quelle meno viste e più importanti in Italia, Francia, Stati Uniti e Giappone, più un approfondimento sui primi 50 anni delle fumetterie in Europa grazie a Lambiek), ci focalizziamo su storie e curiosità dell’ultimo grande creatore di miti del Novecento, con dettagli poco noti del “Sorridente”, i ricordi del “nostro” Fabio Licari dalla Lucca primaverile del 1993 con cui ha iniziato a collaborare con FdC, i sempre più invadenti richiami reciproci tra “The Man” e la cultura pop, e infine la top 5 dei migliori tweet che hanno ricordato la scomparsa del leggendario editor Marvel.

Poi guardiamo al fascino della vita quotidiana secondo Kazuo Kamimura narrata ne L’Età della Convivenza e Il Club delle Divorziate, l’autore uno e trino EsseGesse (un sogno lungo 70 anni con Giovanni Sinchetto, Dario Guzzon e Pietro Sartoris) e quindi una lunga intervista a Stefano Casini, che dopo il breve racconto degli esordi intrecciati a FdC ci aiuta ad approfondire le sue uscite più recenti per Mondadori Comics e Tunué con uno sguardo al futuro in un inedito western da autore unico...

Quindi incontriamo Elisa2B, all’esordio da autrice unica con La chiamata di cui ci racconta i “dietro le quinte”, e una lunga analisi firmata dall’esperto di arti visive “a tutto tondo” Ferruccio Giromini dei 22 albi dei Fumetti nei musei prodotti da Coconino Press in collaborazione con il Ministero dei Beni Culturali.

E ancora... 7 pagine di recensioni per orientarsi nel consueto mare magnum del fumetto proposto nelle edicole, fumetterie e librerie italiane. Le rubriche: “Il Podio” (i top 3 del mese), “Pollice Verso” (un exploit in negativo), “Il Suggerimento” (per non perdere uscite sfiziose), “Il Rinoceronte in carica” (la rubrica di Daniele Daccò, tra i fondatori del nuovo portale giornalistico Niente Da Dire lanciato a Lucca insieme a Furibionda e Onigiri Calibro 38), approfondimenti (questa volta sul ’68 a fumetti, Inerzia e Kaleido di Eris Edizioni, la fine di Adventure Time e tre mostre esemplari su Topolino, Jack Kirby e Zerocalcare), “Strumenti” (sulla sempre più numerosa saggistica dedicata a fumetto, illustrazione e cinema d’animazione)... e le strisce fra satira sociale e graffiante ironia di Renzo & Lucia con testi & disegni di Marcello!

Tutto questo e molto di più (distribuiti da MePe e acquistabile via PayPal direttamente dal nostro sito!), a soli 4 euro: buona lettura!

domenica 30 dicembre 2018

“Aquaman”, il signore di Atlantide al cinema

In fondo “uno sfigato che parla con i pesci” è ancora un po’ l’idea del supereroe Aquaman della maggior parte delle persone, ex bambini degli anni Settanta e Ottanta che lo ricordano per la serie animata de I Superamici (gli altri non lo conoscono proprio, come la quasi totalità degli attori coinvolti). Dove, in effetti, assieme a Superman, Batman e Wonder Woman (e alcuni ragazzini ispirati agli amici di Scooby Doo), risulta davvero “uno sfigato che parla con i pesci”.

Non che la vita fumettistica del signore del regno di Atlantide fosse stata molto più ricca: è stato creato per la National (antesignana dell’odierna DC) nel 1941 da Mort Weisinger, futuro carismatico (e tirannico) editor di Superman e dal disegnatore Paul Norris – e la cosa è stata celebrata da apposito un eastern egg nel film – ma è palesemente ispirato dal Namor del grande Bill Everett, ideato due anni prima per la Timely, cioè la futura rivale Marvel. Anche nel nome: se Namor era l’anagramma di Roman, Aquaman è un mix di latino e inglese (per gli americani molto sofisticato, per un italiano quasi ridicolo). Nella versione più nota delle sue origini si chiama Arthur Curry è figlio del guardiano del faro Thomas Curry e di Atlanna, sovrana del regno sottomarino di Atlantide. Negli anni Novanta lo sceneggiatore Peter David ha rinnovato il personaggio con un ciclo di 43 storie dal 1990 al 1998, in Italia raccolte in volume dalla RW Edizioni lo scorso 11 novembre: in alto la copertina del primo, 320 pagine sul Re dei Sette Mari con Aquaman: Time and Tide nn.1-4 e Aquaman nn.0-8), rendendolo più affascinante e tormentato: inoltre, non parla più ai pesci, ma comunica con loro telepaticamente.

È questo, almeno in spirito, l’Aquaman nel sesto lungometraggio del DC Extended Universe, diretto dal malaysiano naturalizzato australiano James Wan ancora con Jason Momoa, che già lo aveva interpretato in un fugace cameo nel velleitario Batman v Superman (2016) e coprotagonista nel confuso Justice League (2017). Momoa, nato ad Honolulu da una caucasica e da un hawaiano, è meticcio proprio come Aquaman (gli atlantidei razzisti gli danno del “mezzosangue”) ed è noto per aver interpretato personaggi fantasy come Khal Drogo nella serie tv Il Trono di Spade o Conan the Barbarian (film 2011)... e in effetti Aquaman è in tutto e per tutto un fantasy con un eroe riluttante.

A questo link in anteprima le impressioni del nostro diretùr Loris Cantarelli, mentre a quest’altro trovate mezz’ora in inglese con quanto mostrato sui mass media prima dell’uscita... ma per gli appassionati, una storia a fumetti di Peter David rimane il miglior Aquaman possibile!


sabato 29 dicembre 2018

Tremate, le streghe son tornate (per davvero)

Per far prima, ci si ricorda dei trascorsi fumettistici di Roberto Aguirre-Sacasa, lo showrunner 46enne della serie Netflix Le terrificanti avventure di Sabrina. Alla Archie Comics, infatti, il prode scrittore ha sempre fatto faville, pur scatenando inizialmente lo scontento della casa editrice con il progetto della commedia teatrale Archie’s Weird Fantasy del 2003 in cui il personaggio simbolo della casa editrice, nato nel 1941, faceva coming out. Inaccettabile.

Dieci anni dopo, superato il momentaccio, Aguirre-Sacasa con più solida attività sul groppone è ancora sulla breccia: crea Afterlife with Archie dove immagina la cittadina di Riverdale in versione post-apocalittica con tanto di infestazione zombi. Il successo dell’operazione (giunta anche in Italia grazie a Edizioni BD) porta bene al prode autore che così diventa capo dei creativi della casa editrice. La nuova popolarità di Archie Comics, sempre grazie ad Aguirre-Sacasa, si lega al tanto auspicato pellegrinaggio verso i lidi televisivi prima con la soap tinta di nero Riverdale, già alla terza stagione, e quindi con The Chilling Adventures of Sabrina, dal 26 ottobre in streaming su Netflix e già rinnovato fino alla quarta stagione.

Per far prima, dunque, si ricorda il passato fumettistico di Roberto Aguirre-Sacasa, ma non si citano quasi mai gli articoli pubblicati verso la fine degli anni Novanta sul periodico-cult del cinema horror e fantastico Fangoria. Articoli che sicuramente han funzionato da preludio ai tanti progetti e sceneggiature dark e spiegano anche la piega orrorifica presa dalla serie Netflix. Un horror malsano lasciato bollire nel calderone a ogni episodio. Di Sabrina si può dire che è stato fumetto nel 1962 in albo altrui e clima pure televisivo piuttosto favorevole per gli sventolamenti magici (Vita da strega e Strega per amore). Un fumetto diventato trent’anni più tardi ancora più popolare grazie alla sitcom Sabrina, vita da strega sulla ABC con Melissa Joan Hart che con quel personaggio concluse affari d’oro tra film tv e merchandising.

Questa Sabrina della commedia e dei fumetti non possiede che il nome. Per devozione familiare si porta ancora dietro le due zie Hilda e Zelda e il gatto nero Salem. Sempre orfana dei genitori, madre umana padre stregone, la ragazzina fa la sua apparizione come se il tempo non fosse mai trascorso studiando alla Baxter High e circondandosi di amiche fedeli ma soprattutto del fidanzatino Harvey Kinkle, per cui è disposta a fare qualunque cosa. Sabrina è una mezza strega che prova amore, compassione per il genere umano e non è disposta a firmare il suo battesimo di sangue per compiacere il Signore Oscuro: l’altro nome del caro vecchio Satana. Desidera continuare a vivere da normale essere umano e un compromesso c’è: frequentare al tempo stesso l’Accademia delle Arti Occulte, presieduta dal Sommo Sacerdote della Chiesa della Notte, Faustus Blackwood. Nell’ombra si agitano però le forze del Male. Quel battesimo s’ha da fare, assolutamente…

Le terrificanti avventure di Sabrina dovrebbe ringraziare di cuore (o con il cuore) la trasferta su Netflix al posto dell’originaria The CW (il canale USA per adolescenti dov’è ospitata Riverdale). Immaginate le torme di genitori inferociti al solo ascoltare ripetute lodi a Satana, assistere a cerimonie equivoche, sacrifici (l’episodio “Il banchetto dei banchetti”) e cannibalismo? Per non parlare degli sgozzamenti che magari non sono belli da vedere ma raccontano il perverso piacere di Aguirre-Sacasa nell’aver immaginato per la tv un teen drama che, nel profondo, affronta tematiche di devozione religiosa e cultura dell’appartenenza in maniera molto più sofisticata di quanto ci si aspetterebbe da un telefilm per adolescenti. Qualcuno ha fatto notare che le giovani generazioni in parte sono già preparate alla sua fruizione: la magia oscura o un passato da riparare con genitori non più presenti s’è visto in Harry Potter, mentre il bestiario demoniaco è già caricato in memoria grazie a un cult autentico di nome Buffy l’Ammazzavampiri. Impossibile però determinare se Sabrina sia un epigono di Sarah Michelle Gellar e della sua indimenticata cacciatrice.

Che Le terrificanti avventure di Sabrina sia intriso di memorie horror è facilmente deducibile dalla cultura horror della protagonista (primo episodio: tutti al cinema a vedere The Night of the Living Dead in una sala stracolma) ma in misura maggiore dalla costruzione dei singoli episodi che sul sovrannaturale sono un vademecum assai prezioso: si corre in libertà da Rosemary’s Baby alle pellicole della Hammer Film. Questa Sabrina, d’altronde, è un ripetuto viaggio all’inferno che si lascia ammirare, soprattutto visivamente: foreste spettrali ma incantevoli, splendidi paesaggi notturni e cimiteri che ti guardano dal grado zero del terreno. Poi, indubbiamente, il satanismo-chic di questa congrega di stregoni è fonte di dialettica per futuri dibattiti: loro non sanno cos’è l’amore (e taluni vorrebbero conoscerlo), ma si destreggiano tra lussuria e perversione perché “solo” quella religione è conosciuta e praticata dai suoi protagonisti, con una legittimazione che minimizza ogni critica dall’altra parte dello schermo (tanto, sempre fiction è). Di metafora in metafora, con mozzichi di ironia che non toccano ancora le vette firmate da Josh Whedon ai tempi di Buffy, c’è indubbiamente del marcio a Greendale, patria della biondina dal cuore d’oro Sabrina, ma c’è anche parecchia arguzia. La 19enne Kiernan Shipka nei panni della protagonista è un bijou di perfezione: arrivando dagli anni Sessanta della serie tv Mad Men s’impossessa del ruolo con una naturalezza proverbiale. Nella serie ci sono echi dai meravigliosi anni Sessanta ma anche tanto glamour immaginifico e musicale dagli anni Ottanta... insomma, un continuo calembour tutto da scoprire e apprezzare.

– Mario A. Rumor 

venerdì 28 dicembre 2018

“I mondi di Miyazaki”, l’edizione aggiornata

Ormai Hayao Miyazaki è entrato nel grande tempio della saggistica cinematografica. In Italia la letteratura “scientifica” legata al nome del regista si è dimostrata piuttosto solerte: tante e diverse sono le pubblicazioni che si sono incaricate di indagare la fenomenologia dell’autore giapponese.

Alle pubblicazioni tutte-immagini e niente cervello pubblicate da Ultra, in spregio al divieto assoluto che lo Studio Ghibli esige sull’utilizzo delle immagini, a meno che non siano destinate su rivista, uno dei pochi libri davvero meritevole d’attenzione è I mondi di Miyazaki. Percorsi filosofici negli universi dell’artista giapponese a cura di Matteo Boscarol e edito da Mimesis. Volume che giunge ora alla sua seconda edizione con tre nuovi interventi, uno dei quali è legato a doppia mandata al ritorno sulle scene di Miyazaki e alla proiezione presso il Museo Ghibli del suo ultimo, chiacchieratissimo, cortometraggio Boro il bruco (Kemushi no Boro, 2018).

Già alla prima apparizione in libreria, I mondi di Miyazaki aveva lasciato un ottimo ricordo nel lettore, merito dei contenuti e degli autori coinvolti nella redazione dei testi, tra cui citiamo il critico di cinema Andrea Fontana (curatore di un saggio dedicato al Ghibli assieme a Enrico Azzano) e Massimo Soumaré, scrittore e traduttore che la materia nipponica la conosce come le sue tasche. Alla sua prima apparizione, soprattutto, il volume curato da Boscarol aggirava la mera saggistica cinematografica entrando in sintonia con le principali opere animate del regista giapponese scegliendo di approfondire temi, ideologie e “sogni” e riuscendo pertanto ad ampliare una prospettiva altrimenti desueta.

Questo secondo viaggio in libreria si presenta quindi oltremodo gradito, in considerazione del fatto che – finalmente – viene tributato un omaggio particolareggiato, “da veri specialisti” dell’ascolto, al musicista Joe Hisaishi e alle composizioni realizzate per le opere di Miyazaki. Lo firma Marco Bellano e il titolo del contributo è “Il vento è cambiato. Le strategie audiovisive di Miyazaki Hayao e Hisaishi Joe in Si alza il vento”. Prima volta molto istruttiva anche quella che il curatore Boscarol ha riservato al fumetto di Nausicaä della Valle del vento: “Attraversare la soglia, il movimento della vita e la vita come movimento. Una lettura del manga Nausicaä della Valle del vento”. È ancora Boscarol a fornire infine una disamina piuttosto affascinante e di “prima mano” del corto Kemushi no Boro regalandoci sensazioni e suggestioni in differita del lavoro di Miyazaki, visibile esclusivamente al Saturn Theater del Museo Ghibli (titolo del saggio: “Il bruco Boro. Un’escursione in mondi sconosciuti e invisibili”).

Con le sue 162 pagine, I mondi di Miyazaki è dunque un piccolo grande libro che ha il sapore dell’avventura e della scoperta. Un contributo a più voci che riconcilia il lettore e lo spettatore curioso a un’idea di saggistica che non è una banale sovraesposizione di chiacchiere da internauti, ma qualcosa di decisamente più appagante.

– Mario A. Rumor

martedì 11 dicembre 2018

Lupin III, giacca verde… e Blu-ray

Non è soltanto frenesia nostalgica. Lupin III è una parte del nostro DNA di esseri viventi occasionalmente capitati dalle parti della Japanimation in un periodo della vita in cui i cartoon “alla tele” volevano dire davvero qualcosa (pressoché ininterrottamente in onda sulle tv italiane dal 1979, come solo Heidi prima di lui). E ti regalavano qualcosa di molto simile alla beatitudine. Lupin ti resta dentro perfino ora che la visione delle sue avventure è diventata una questione “privata” grazie ai box collector in dvd o, come in questo caso, in Blu-ray da vedere e rivedere nella tranquillità domestica. La frenesia nostalgica aiuta semmai con le distinzioni, perché il celebre personaggio inventato nel 1967 dal disegnatore Monkey Punch sulle pagine del settimanale Manga Action starebbe bene in un quadro di Andy Warhol: un colore diverso per ogni stagione televisiva o cinematografica: verde, rosso, rosa, blu. Una giacca colorata al posto del suo nome completo all’anagrafe dei cartoni che la differenza la fa, eccome.

Prendete Lupin The 3rd - La prima serie, che Koch Media e Yamato Video propongono finalmente in un box da collezione in Blu-ray a 3 dischi: banalmente prende il posto di una edizione per l’home video che non ha sempre trovato la lealtà compatta dei fan. Tecnicamente è uno dei Lupin migliori di sempre, “quello dalla giacca verde” che arrivò sulla nipponica Yomiuri Terebi nel 1971 con una faccia gaglioffa e da bon vivant e alla fine si congedò dal piccolo schermo, causa ascolti bassissimi, con un’altra faccia frutto della sinergia da “salvataggio in extremis” della coppia di registi Isao Takahata e Hayao Miyazaki per effetto dei quali il personaggio originale dei fumetti prese a flirtare con l’animazione e la serialità televisiva con amabile leggerezza e ironia.

Se appartenete alla sempre più ristretta categoria di coloro che di una serie vogliono conoscere vita, morte e miracoli, l’edizione Koch Media porta in dote un piccolo booklet di 32 pagine con la sinossi dei 23 episodi della serie, qualche immagine e i disegni preparatori dei personaggi; ma soprattutto consegna ai fan una selezione di testi a firma Francesco Prandoni apparsi nel primo numero del mensile Shin Man-ga! nel novembre 1999 più un ulteriore testo che ci svela i segreti episodio per episodio. Silvia Rebez, altra firma storica del mensile edito da Yamato, propone invece un contributo incentrato sulle armi usate dalla banda di ladri professionisti. Magari non siamo ai livelli delle guide pubblicate in Giappone, roba da salivazione irrefrenabile, ma guai a farsi mancare questa piccola infornata di informazioni di prima mano sulla genesi dell’anime televisivo. Altrove non le troverete.

Dopo tribolazioni mai sopite, i fan non avranno neppure da obiettare sulla notevole qualità tecnica riservata al box. Le immagini sono nitide, i colori hanno una speciale brillantezza e il comparto audio permette di scegliere il doppiaggio italiano, quello storico del 1979, oppure il doppiaggio giapponese con sottotitoli. Dignitosi anche i contenuti extra grazie alla presenza delle sigle originali e file di approfondimento sui singoli personaggi. Il pezzo forte arriva puntuale al disco 3: il pilot film di Lupin III diretto da Gisaburo Sugii con la collaborazione di Tsutomu Shibayama che servì da trampolino di lancio per il futuro televisivo del ladro gentiluomo. Un pilot che si può visionare nella sua versione cinematografica in cinemascope oppure nel formato televisivo. Se non avete mai visto una sola puntata della serie in vita vostra (nel quale caso, siete da ricovero immediato), consigliamo di partire proprio da qui, dal pilot, per poi lasciarsi trascinare nella vita spericolata di Rupan Sansei.

– Mario A. Rumor